La storia del Ninfeo di Genazzano attribuito a Bramante

Autori del testo sono Piero Scatizzi  (Associazione culturale “Clavis Aurea”)  e Michela Lucci

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Il cosiddetto “Ninfeo” di Genazzano fu edificato nei primi decenni del Cinquecento ad opera di maestranze bramantesche.
L’impronta stilistica del Bramante appare chiarissima.
L’edificio si articola in un loggiato a tre campate che immette in un ambiente absidato retrostante e, a sinistra, in un piccola stanza ottagona con vasca circolare al centro; ai lati del loggiato l’edificio si prolunga in due stanze quadrate con piccoli ambienti retrostanti.
Le arcate della facciata poggiano su massicci pilastri con un ordine gigante di semicolonne sul fronte e inquadrano prospetticamente le retrostanti tre serliane che a loro volta si aprono sugli spazi dell’ambiente absidato interno. Gli involucri murari sono scanditi da cinque ordini architettonici di diverse dimensioni, coordinati tra loro: semicolonne giganti della facciata, paraste che sorreggono gli archi d’imposta delle volte, colonne e paraste delle serliane, lesene maggiori e minori delle esedre. La loggia funge da vestibolo; dietro si aprono i tre ambienti corrispondenti posti in posizione sopraelevata, formanti il vero e proprio ninfeo.
Ai piedi della loggia una scalinata, ora interrata, scendeva verso il piano della valletta, dove scorre il ruscello chiamato “Fossato”. Una diga costruita più a sud permetteva di chiudere il deflusso del Fossato e di allagare la valletta, creando un lago artificiale ai piedi del Ninfeo, testimoniato da un atto notarile. Due muretti a forma di esedra si prolungavano a partire dai fianchi laterali del Ninfeo e racchiudevano lo specchio d’acqua ai piedi dell’edificio; di quello a nord resta un tratto alto circa 80 cm., prima dritto e poi curvante.
L’accesso dalla via pubblica all’edificio corrispondeva all’attuale ingresso a gradoni. Lì, infatti, era il toponimo “la Porta del Giardino”. Perché i Colonna, signori feudali di Genazzano, decisero di costruire il Ninfeo in quest’area ? Le ragioni possono essere molteplici e concorrenti:
- qui, nella valle e contrada di Soglia, erano i terreni, di loro diretta proprietà, più vicini al centro abitato;
- l’edificio costituiva un luogo di sosta lungo la via che da Genazzano conduceva a Paliano, dove i Colonna avevano la loro riserva di caccia (“la Selva”), svago preferito all’epoca da queste famiglie di nobiltà guerriera;
- un casino in una valletta ombrosa, affacciato su un corso d’acqua o un laghetto, costituisce un tipico vagheggiamento della cultura umanistica del Rinascimento; ripreso dalle descrizioni delle ville di Plinio il Giovane, compare in progetti architettonici, in testi letterari e, nel 1499, in una celebre immagine dell’Hypnerotomachia Poliphili.

I tratti stilistici inducono gran parte degli studiosi ad attribuirne il progetto al Bramante e la realizzazione a maestranze lombarde e bramantesche:
- l’elemento della serliana fu proposto da Bramante a Roma nella finestra della Sala Regia (1505-07) e nel coro di S. Maria del Popolo (1505-09); l’elemento dell’arco concentrico con oculi fu realizzato da Bramante già a Milano in S. Maria delle Grazie (1492) e poi progettato a Roma per il coro di San Pietro intorno al 1505;
- alcuni artifici, escogitati dall’architetto per ovviare agli effetti ottici del punto di osservazione frontale e dal basso (tipo e andamento della trabeazione, rialzamento del podio delle colonne delle serliane), fanno apparire illusionisticamente le serliane su un piano allontanato in profondità più di quanto non lo siano nella realtà. Il punto di vista prospetticamente privilegiato della teatrale facciata (“frons scenae”) è chiaramente collocabile al centro del fondo della valletta antistante o, forse ancor meglio, sulla strada che, dopo aver traversato il Ponticello, saliva al Colle Pizzuto. L’edificio costituisce un tipico esempio bramantesco di illusionismo pittorico spaziale in architettura.
- il corpo centrale, costituito dal loggiato e dall’ambiente absidato retrostante, appare progettato secondo una regola geometrica esatta: la misura dell’intercolumnio delle campate della loggia determina un modulo che si riproduce proporzionalmente in tutta la struttura. L’unità rigorosa del modulo è riscontrabile nell’esedra a sud, quasi completamente conservata: un’unità base è rappresentata dalle piccole nicchie per le statue che si aprono nelle piccole esedre d’angolo; tale unità base è ripresa e ampliata nelle grandi esedre. Il rapporto proporzionale esistente tra l’ordine delle piccole esedre e le nicchie è riproposto in scala maggiore nel rapporto tra le lesene tuscaniche giganti delle grandi esedre e le piccole esedre. Analoghe relazioni dimensionali si riscontrano tra le conchiglie delle nicchie delle statue e le conchiglie delle esedre minori. La connessione delle unità spaziali e dimensionali in ordine gerarchico e la loro articolazione in un continuum sembrano ispirate alla complessità volumetrica dell’architettura tardoimperiale che all’epoca del Bramante era ammirata in numerose vestigia dei monumenti antichi e nei disegni della chiesa di S. Sofia a Costantinopoli.
Lo schema dell’edificio mostra in trasparenza la suggestione della monumentale facciata dei resti della basilica di Massenzio. La tipologia, invece, si ispira agli ambienti termali antichi, quali le Terme di Diocleziano. In particolare, l’aula ottagona, contigua all’abside nord della loggia-vestibolo, vuole essere la riproposizione rinascimentale del frigidarium delle terme romane. Presenta grandi nicchie diagonalmente disposte; sulle pareti scendono nove canne di terracotta per getti d’acqua; al centro è una vasca circolare. L’alimentazione doveva essere garantita da una sorgente vicina, identificata a seguito di indagine idrogeologica nel 1999; la vasca era direttamente riempita da acqua di faglia presente nel terreno argilloso. La copertura doveva essere a cupola aperta in alto con un oculo avente funzione di illuminazione e di impluvium. Sedili all’interno delle nicchie consentivano di riposare godendo del fresco ombroso e dei getti d’acqua, restando all’asciutto. E’ da escludere l’uso pratico come bagno termale (calidarium), poiché mancano impianti per riscaldare l’acqua e bacini di raccolta.
La fabbrica ebbe almeno due fasi: nella seconda fase furono aggiunti i corpi laterali, caratterizzati dalle finestre bugnate in travertino. Nel corpo laterale a sud è riconoscibile un forno. L’aggiunta del corpo laterale sul fianco sud comportò l’apertura di un portale architravato che immetteva nel loggiato; fu così in parte distrutta e modificata l’abside sud del loggiato.
In tutto il complesso si riscontrano tracce dell’intonaco che doveva coprire i campi murari tra gli ordini architettonici (i pilastri, le cornici, le conchiglie delle nicchie e le membrature in tufo e in travertino); gli elementi costitutivi dell’ordine, quindi, staccavano cromaticamente sull’intonaco.
L’edificio non fu mai portato a compimento: lo dimostrano le buche pontali mai chiuse e l’assenza di fuliggine nella canna fumaria del forno.
La fabbrica potrebbe essersi interrotta per danni sopravvenuti, già in fase di edificazione, a causa del suolo argilloso e dell’azione erosiva del corso d’acqua (il “Fossato”) che lo lambiva. Non a caso Antonio Muñoz, nell’intervento di restauro del 1916-18, deviò il Fossato allontanandone il corso dall’edificio. Ai problemi strutturali di base si aggiunsero certamente gli effetti del terremoto del 1703, probabile causa del cedimento del pilastro a nord e della caduta delle volte. I documenti riferiscono che il pavimento restò ingombro di gran quantità di cementi crollati.  

Le vicende politiche e familiari dei Colonna determinarono l’abbandono del complesso. Se si riconosce la paternità bramantesca del progetto, ne consegue che il Ninfeo fu realizzato per volontà dei signori di Genazzano dell’epoca, il cardinale Giovanni (morto nel 1508) e suo fratello Prospero (morto nel 1523). Le modifiche e aggiunte (seconda fase) dovrebbero essere state portate a termine da Vespasiano, figlio di Prospero: nel 1524 il poeta Pietro Gravina soggiornò a Genazzano e vi descrisse un’opera romana di rara bellezza (“rarique decoris Romanum iam surgit opus”), realizzata per munificenza di Vespasiano (“munificientia nostri Principis »). Nel 1532 Ascanio Colonna, signore di Marino e subentrato ai cugini nel dominio di Genazzano, attendeva alla realizzazione del giardino intorno al Ninfeo. Dal 1540 fino al 1557 i Colonna entrarono in conflitto politico e militare prima con Paolo III e poi con Paolo IV, precipitando in una crisi politica ed economica gravissima, con la confisca del loro stato feudale per due volte (1540-49 e 1555-57). Marcantonio, figlio di Ascanio, cercò di risanare la situazione finanziaria disastrosa. Così, tra l’altro, nel 1558 il giardino fu riconvertito in orti concessi in enfiteusi dietro pagamento di canone annuo. Lo stesso Ninfeo fu affittato come rimessa di bestiame vaccino e tale restò fino al XVIII secolo.

Persa la memoria dell’identità dell’edificio, tra Seicento e Settecento si venne formando, nella ristretta cerchia delle persone colte del luogo, l’idea che si trattasse di un edificio termale antico (“Bagni di Antonino Pio”). Solo a fine Ottocento fu riconosciuto da Giuseppe Tomassetti come opera di età rinascimentale. Giovannoni, nel Novecento, lo giudicò opera di scuola bramantesca. Più recentemente Frommel e Bruschi hanno attribuito con convinzione la progettazione a Bramante stesso.
Da questi studiosi e, in generale, dalla comunità scientifica il Ninfeo è giudicata opera di straordinaria importanza nella storia dell’architettura rinascimentale. Ideazione molto contigua ai progetti di Bramante per il coro e per le sagrestie di San Pietro (1505), costituirebbe il modello a cui Raffaello si sarebbe poi ispirato per la loggia di Villa Madama (1516-1519).
In ogni caso, si tratta di un geniale e compiuto tentativo rinascimentale di moderna restituzione architettonica dell’Antico, e, in particolare, un tentativo di interpretare il cosiddetto “ordine tuscanico” sulla base delle indicazioni tramandate da Vitruvio il cui testo è privo di esemplificazione grafica. L’interpretazione dell’ordine tuscanico fu una delle questioni a cui si appassionarono Bramante, Antonio da Sangallo il Giovane, Peruzzi e Raffaello. Questo ordine era adottato dagli architetti rinascimentali nel caso degli edifici extraurbani e militari.

A Bramante e alle sue maestranze sono riconducibili altri due interventi architettonici contigui geograficamente e coevi: la ristrutturazione della chiesa di San Paolo, dentro Genazzano, e il rifacimento della chiesa di Santa Maria Maddalena a Capranica Prenestina.
La chiesa di San Paolo, antichissima (una campana reca la data 1227), fu modicata e ampliata intorno al 1512: di tale intervento recano testimonianza i busti marmorei di San Pietro e San Paolo e i cinque busti in stucco collocati nei cinque oculi dell’arco poggiante sulle colonne a serliana; i tratti stilistici evocano in modo inequivocabile maestranze lombarde di primo Cinquecento; l’arco a oculi poggiante su serliana evoca immediatamente il Ninfeo. Le colonne, tuttavia, sono in stucco, quindi appartengono alla ristrutturazione settecentesca nel corso della quale potrebbero essere state ricostruite in stucco le strutture di una precedente chiesa bramantesca, rese fatiscenti dal devastante terremoto del 1703. I cinque busti in stucco mostrano inequivocabilmente i tratti della scultura lombarda del primo Cinquecento; sono, quindi, originali (in stucco, materiale leggero, perché destinati a pesare su un arco) o, se settecenteschi, imitazione degli originali cinquecenteschi. Qualora, dunque, gli elementi bramanteschi di San Paolo non siano frutto di una semplice imitazione settecentesca del Ninfeo, si potrebbe intravedere negli interni della chiesa di San Paolo, al di là delle modificazioni intervenute, la riproposizione in area romana dello schema realizzato in Santa Maria presso San Satiro a Milano e del progetto descritto nell’incisione Prevedari, entrambe opere di Bramante.
Il progetto realizzato nella chiesa di S. Maria Maddalena a Capranica Prenestina è riconducibile alle esperienze di Bramante in Lombardia (Santa Maria delle Grazie) intrecciate con le evocazioni dell’antico che avvinsero l’architetto dopo la sua venuta a Roma. L’edificio fu portato a termine nel 1520 ma fu probabilmente progettato molti anni prima, come inducono a ipotizzare i caratteri stilistici. Fu commissionato da Giuliano Capranica, signore del piccolo castello montano e appartenente alla famiglia più strettamente collegata ai Colonna di Genazzano.
La cupola originale, traforata da otto oculi poi tamponati ma ancora visibili nell’estradosso, e il tiburio cilindrico, con deambulatorio a loggiato aperto con arcate, sono tutti elementi che rinviano all’architettura rinascimentale lombarda e, in particolare, all’ideazione di Bramante per Santa Maria delle Grazie a Milano. Bramantesco è, ugualmente, il motivo delle finestre con le serliane sovrastate dalla caratteristica corona di oculi.
La cornice di coronamento della cupola e la disposizione della fronte posteriore terminante rettilinearmente con un avancorpo la pianta circolare richiama il modello del Pantheon, anche per la forma delle mensole e della cornice.
I motivi lombardi, intrecciati con gli elementi architettonici volti a imitare o restituire l’antico, mostrano strettissime affinità ideative col vicino Ninfeo a Genazzano.
 

La storia del Ninfeo di Genazzano attribuito a Bramante in formato PDF

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